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Dioblù, il nuovo romanzo di Paolo Colagrande “ Sono nato con dentro la scomunica, diceva mia nonna Giacoma ormai centotrentasette anni or sono. Facevo tutto con la mano sinistra, mangiavo con la mano sinistra picchiavo mio fratello con la mano sinistra incendiavo gli zolfanelli per bruciare al volo le zanzare e versavo il vino nel bussolotto con la mano sinistra. Con la destra non ero capace, soprattutto incendiar gli zolfanelli, si spaccavano, o anche scodellare il vino, si rovesciava: la mano sinistra è la mano precisa del diavolo, che è come dire del demonio, e io del resto son nato con dentro la scomunica, diceva mia nonna Giacoma quando ero piccolo, centotrentasette anni or sono”.
Così si presenta , appena oltre l'inizio del romanzo Dioblù di Paolo Colagrande, in libreria da poco più di un mese, il personaggio che dice “io” e che ci racconta la sua storia. Più avanti sapremo che si chiama Dioblù. Non proprio un nome o un soprannome, e molto più di un nome o di un soprannome: è Dioblù.
E non è nemmeno proprio un raccontare, il suo, è un tirare dentro il lettore nei suoi pensieri, nei suoi ragionamenti sul mondo, sulle persone sulle cose, accompagnandolo con parole nuove, inaudite e speciali, avanti e indietro lungo un tempo un po' impreciso: centotrentasette anni, circa , disposti lungo un segmento curvilineo, così impreciso e così curvilineo questo tempo, che ti sembra di esserci vissuto anche tu che leggi.
Qui, dal di fuori, adesso, ripensando a Dioblù si fa fatica a mettersi a spiegare per bene che la storia comincia all'incirca negli anni trenta, anni di “radunanze miliziane” alle quali un ragazzino orfano, colpevolmente mancino e inconsapevolmente ribelle si rifiuta di partecipare, e prosegue per almeno vent'anni, attraversando il periodo della guerra e della liberazione, fino a quel dopo che comincia ad assomigliare al nostro melmoso presente. E facciamo fatica come si fa fatica certe volte a scuola a sopportare la parafrasi di una poesia, quando ci appare improvvisamente evidente che le cose dette in un altro modo non sono più le stesse cose e allora quale è lo scopo di farlo, ci chiediamo, da ragazzi, e dovremmo continuare a chiedercelo, per la verità.
In sé, rimettere in fila i pensieri di Dioblù e farne una sintesi, non è difficile, non vorremmo dare l'impressione che si tratti di una vicenda confusa, astratta: assolutamente no, nel libro c'è una storia chiara e appassionante, costruita con precisione, che ti spinge avanti a leggere per vedere cosa succede, solo, raddrizzare il tempo di Dioblù è un peccato, è un'operazione violenta che adesso, sarà che il libro è chiuso da poco, i personaggi se ne sono appena andati, non riusciamo a fare.
Proviamo da un altro punto, allora: Dioblù è un anarchico naturale, senza letture o militanze, e senza rancori: gli piacciono i cieli sgombri di nuvole, i bei giorni di festa, quando la gente balla e si diverte, i giorni e le situazioni che “lasciano sapore di buono sulla lingua”. Gli piace la Romilda, il vino rosso, il cinema. Riconosce e distingue le cose buone dalle cattive, per via dell'odore, del colore che hanno, o a seconda che gli trasmettano una sensazione di delizia o di fastidio nella pancia, con una precisione di giudizio insieme sapiente e innocente. Quando, una mattina, uscendo di casa, legge su un muro la scritta “Crepin duci e principati/ dei governi sciagurati/ muoia tosto e così sia/ re d'Italia e d'Albania”, dipinta nei colori rossi e neri dell' anarcosindacalismo italiano, prova per l'appunto una bella sensazione, una sensazione di buono che gli fa venire voglia di gridare i versi per la strada e a scuola: il che, dati i tempi, lo porta a cacciarsi in un certo numero di guai seri, che vale la pena di andarsi a leggere così come lui li racconta, leggero come chi osserva la sua propria vita da fuori, o da lontano, ma sempre serenamente consapevole che c'è una sorta di disegno, sotto le cose, e che questo disegno lo riguarda.
Sì, perché questo ragazzo poi uomo, l'innocente, l'orfano che parla strano e guarda le cose da dove noi non sappiamo vederle, l'anarchico naturale e benevolo che nessun castigo riesce a imprigionare,
si sente chiamato, per segni che un demonio consigliere e poco affidabile lo aiuta a decifrare, a purificare il mondo dalle forze oscure e dai miasmi che lo ammorbano, dal male che viaggia in auto scure e crocifigge i maestri antifascisti agli alberi, o allestisce i palazzi imbandierati del potere, quelli in cui si respira confusamente “un senso di sbagliato e di bugiardo” sulle rovine di Babilonia, là dove avrebbe potuto nascere un mondo nuovo.
Qui non possiamo dirlo in altro modo che pomposamente: su Dioblù incombe l' Apocalisse, ma nel romanzo ce ne parlano le immagini potenti e paurose evocate dalle prediche di Don Bila che insegnano una volta e per sempre al ragazzino, poi uomo, che ci sarà un libro chiuso da sette sigilli con dentro sette segni di miseria e salvezza, e poi “cavalli ed arcieri che seminano guerra, morte e pestilenza, una bestia che sale dalla terra con voce di drago e il cavaliere bianco che vincerà, asciugherà le lacrime degli infelici e restituirà agli uomini una città di pietra di diaspro con mura a dodici porte e le fondamenta di zaffiro calcedonio smeraldo berillo topazio e ametista, e altre pietre.”
Lo strumento di questa salvazione è una macchina bellissima. Ad un primo sguardo un avanzo di ferro di fabbrica, in realtà bellissima: con “pistoni tuffanti e valvole istintive che si aprono e chiudono intanto che i pistoni stessi salgono e scendono in perfetta alternanza” e “un sistema di trasmissioni fenomenali fra due bocche contrapposte”. Bellissima. Dioblù la vede per la prima volta nel laboratorio di meccanica dell'istituto in cui vive e la descrive con le parole incantate e solenni che abbiamo appena letto: si tratta della pompa elettricovolumetrica Titania, nata per estrarre acqua dalle falde freatiche, in realtà -Dioblù lo sente immediatamente- per operare una “trasmutazione purificatrice” della materia mefitica e impura aspirata dal mondo maleodorante e crudele degli uomini.
Le note sulla trama possono anche fermarsi qui: nel romanzo si incontrano altri personaggi divertenti e bizzarri e succedono altre cose, un po' tristi, a veder bene, perché non è operazione semplice, né indolore, rimuovere la sporcizia dal mondo infestato dagli umani, ma queste cose non si può anticiparle perché sarebbe di nuovo un peccato vanificare la sapiente accelerazione del ritmo della storia e l' attesa crescente di uno scioglimento che sono il sale -inutile negarlo- di ogni vero racconto.
Resta da dire la cosa forse più importante, e cioè che Dioblù è scritto in una lingua bella, cantante, ricca, in cui termini colti, medi, paradialettali e di invenzione si fondono, appoggiandosi ad alcune ricorrenze quasi formulari che rendono possibile collocare questa storia nell'ambito della tradizione orale. Questo è un libro, infatti, che sarebbe bello leggere ad alta voce, sentendo risuonare – nel protocefalo del cervello, come direbbe Dioblù- parole inventate che non sai se sono state inventate tanto ti sembrano familiari e termini di uso quotidiano che ti giungono straniati e irriconoscibili e quindi aprono a significati e prospettive del tutto nuovi. La lingua che parla Dioblù costruisce di per sé, senza bisogno di altre spiegazioni, il suo mondo. Dioblù è la sua lingua, abita la sua lingua personale, ma chi legge non smarrisce mai il senso di una storia vera e importante, vista nella logica stralunata di un essere libero -per “un istante: mentre uccidi il governante”- capace di gioia ma non di speranza, come tutti noi un po' siamo.

Carlotta Giucastro Longo

DIOBLU'
Paolo Colagrande
Rizzoli
euro 17,50