Bello e buono, il programma di Radio Sound95: Il libro da cercare

La confessione. Nell'ingranaggio del processo di Praga.
Quando il 28 gennaio del 1951 Artur London viene arrestato a Praga dalla polizia segreta, si sente inquieto e braccato già da molti mesi. Il suo telefono è sorvegliato, auto scure sostano a fari spenti sotto casa sua, i compagni di partito alle riunioni e ai ricevimenti lo sfuggono ed intorno alla sua famiglia, anche fra gli amici, si va facendo il vuoto.
London non è un militante qualunque: iscritto al partito comunista da quando aveva 14 anni, volontario nelle Brigate Internazionali durante la guerra di Spagna, membro della resistenza in Francia dalla prima ora, deportato a Mauthausen nel '44, e dal 1949 vice ministro degli affari esteri della Repubblica cecoslovacca, è una specie di eroe, non un grigio burocrate di partito, che ha fatto carriera passando carte.
Ma il passato di comunista militante e leale al partito non sarà un titolo sufficiente né per lui né per gli altri tredici imputati di “spionaggio e cospirazione contro lo stato” nel processo che si terrà a Praga nel 1952, un processo di epurazione dei vertici del partito comunista cecoslovacco, che Stalin sospettava avrebbero potuto condurre una politica troppo autonoma da Mosca . Fra di loro Rudolf Slansky, il segretario generale del PCC e Vlado Clementis, ministro degli esteri, che verrà addirittura cancellato da una foto ufficiale, come ricorderà -fra gli altri- Milan Kundera, ne Il libro del riso e dell'oblio.
Il processo durerà pochi mesi e si concluderà con undici condanne a morte eseguite e tre ai lavori forzati a vita. Al momento del processo, tutti gli imputati hanno confessato, accusando se stessi e gli altri di crimini quali: “cosmopolitismo”, “nazionalismo borghese” , “trotzkysmo”, “titoismo” e “sionismo”. Sionismo, sì: dei quattordici imputati, dodici sono ebrei, alcuni, persino, reduci dai campi nazisti.
Quello che abbiamo in mano oggi, dunque, è il lungo resoconto che Artur London scrisse, ricostruendo la storia del proprio arresto e del processo, a partire da alcuni foglietti vergati in segreto su carta sottilissima e fatti avere alla moglie Lisa in un pacchetto di sigarette. Il libro è stato pubblicato in Francia, nel 1968, dopo la riabilitazione dell'autore e col titolo “La confessione. Nell'ingranaggio del processo di Praga”, in Italia è uscito due anni dopo. Dal libro il regista Costa Gavras ha anche tratto un film, La confessione, appunto, interpretato da Simone Signoret e Yves Montand, che in Italia qualcuno, non molti, ma qualcuno sì, ha visto.
Ma veniamo al racconto di London. La confessione è il centro di tutto. Tutta la macchina degli interrogatori, della coercizione, della tortura, della pressione psicologica, della stesura dei verbali mira a estorcere all'arrestato la confessione, una confessione pubblica, senza la quale l'operazione di controllo dell'opinione non può dirsi compiuta: la confessione del segretario Slansky, per esempio,venne diffusa alla radio, dove egli si riconobbe colpevole di tutti i capi d'accusa, dichiarando di essere stato un traditore al servizio dell'occidente capitalista e degli americani.
London ci descrive con grandi capacità di narratore il meccanismo della confessione: come ci si arriva e cosa significa. Il racconto delle torture prende diverse pagine del racconto: London viene catturato in strada, in pieno giorno, nel quartiere residenziale di Praga, caricato su un' auto, bendato, viene portato in un luogo che non conosce e sbattuto in una cella, sconvolto da quello che gli sembra “un atto che a più a che fare con il gangsterismo che con l'etica comunista”. Indignato, dice, da questi metodi che avrebbero dovuto essere “più umani di quelli adottati nelle prigioni della borghesia, e conformi alla legalità socialista”.
Nella cella isolata in cui è confinato, per mesi e mesi, nel sotterraneo del castello di Kolodej, senza alcun contatto con l'esterno, l'autore avrà molte cose da scoprire sull'etica comunista, e molto da riflettere sul suo passato. In un buco umido e buio viene costretto a camminare ininterrottamente, senza poter dormire, o dormendo solo pochissime ore, giorno dopo giorno dopo giorno. Se crolla e si addormenta, viene svegliato con secchiate di acqua gelata. In certi periodi capita che venga lasciato dormire sei ore in quindici giorni, ammanettato fino a che le mani diventano bluastre, con poco cibo, i piedi piagati, pochi vestiti per coprirsi, una tubercolosi in atto. La terribile marcia veine interrotta solo quando deve essere portarlo agli interrogatori, un ulteriore articolazione della tortura, che cominciavano nel cuore della notte e potevano protrarsi anche per trentasei ore di fila, passate in piedi, ad ascoltare le stesse domande ripetute all'infinito. Rifiutarsi di confessare, in questo contesto, in cui la normale logica di causa ed effetto è completamente stravolta, significa più che fare resistenza, equivale ad affermare che il partito ha sbagliato nel formulare l'accusa, ciò che a sua volta significa accusare il partito di comportamento scorretto e dunque conferma l'accusa iniziale di tradimento e cospirazione. Essere sopravvissuto a Mauthausen, come ebreo, per di più, significa per gli accusatori che London deve essere stato una spia dei nazisti, avere viaggiato e collaborato con esponenti dei partiti comunisti europei, significa avere avuto contatti con paesi anticomunisti, e così, via
Nella descrizione degli interrogatori, così efficace da mettere veramente a disagio il lettore, emerge chiaramente che la pena peggiore, più che la tortura fisica, è il terrore di passare, lui militante comunista, per traditore della causa di fronte agli altri compagni, a chi sta fuori, alla famiglia. London nel libro ricorda quanta angoscia gli dava ripensare alle parole della moglie Lisa, che più di una volta gli aveva detto che vergogna sarebbe stata per una donna comunista scoprirsi moglie di un traditore, che vergogna per i figli portare il suo nome. Ma le questioni con cui si misura London sono ancora più complesse di così: una volta riuscito a chiarire alla moglie che era innocente delle terribili accuse, si apriva per loro la questione dell'azione da condurre. Denunciare l'arresto e le torture, portarle all'attenzione dell'opinione pubblica, significava nuocere alla causa, al partito, fornire argomenti ai nemici del comunismo, e dunque bisognava stare attenti, misurare le parole e gli interventi. Oggi, sembrano cose assurde, ma allora erano questioni di importanza vitale. La singolarità di questi processi dei comunisti ai comunisti stava proprio nell'immensa potenza dell'arma di pressione psicologica costituita dalla convinzione e dalla passione militante degli accusati. Per questo hanno confessato tutti, alcuni persino convinti di avere, se non tradito, almeno commesso dei gravi errori.
Di questa forza, di questa convinzione, il libro è permeato, nonostante tutto, e qui sta il suo fascino, nel fatto che l'autore, nel '68, non rinuncia alla sua prospettiva interna di quindici anni prima, quando non aveva nemmeno tentato di darsi una spiegazione delle epurazioni in un contesto politico più ampio, rimanendo fedele all'idea e al tempo in cui -come lui stesso scrive alla moglie- “eravamo combattenti per il più bell'ideale degli uomini”. E non sono molte le testimonianze scritte da dentro a quelsistema, da un uomo che non smette di credere nel comunismo e vuole, anzi, pubblicare la sua storia nel cuore della primavera di Praga, quando doveva ancora sembrargli possibile correggere la rotta del socialismo reale e farlo assomigliare agli ideali della sua giovinezza.
Artur London
La confessione. Nell'ingranaggio del processo di Praga.
Milano, Garzanti, 1969
pp.428
N.44. Lo straniero misterioso
Quello che Einaudi pubblica nel 1983 con il titolo N. 44. lo straniero misterioso, è uno dei quattro manoscritti che Mark Twain elaborò intorno alla figura di Satana dal 1898 al 1908, poco prima della morte. Ma cominciare così la presentazione può essere fuorviante: in realtà la natura del ragazzino sedicenne che, una sera d'inverno del 1490, si presenta tremante, affamato e disposto a svolgere qualsiasi mansione al castello austriaco, residenza dello stampatore Heinrich Stein, resta davvero un mistero per tutto il corso di questo sconcertante romanzo. Che sia proprio il diavolo, o un diavolo, non viene mai detto: i suoi poteri soprannaturali, presto evidenti in una serie di prodigi, sembrano decisamente volti al bene, la sua capacità di sopportare umiliazioni e violenze da parte dei lavoratori della tipografia sfiora la santità. E poi i suoi persecutori, gli arroganti e violenti dipendenti del tipografo, sono talmente odiosi che la simpatia del lettore va tutta a lui: se è un demonio, è certamente uno dei più strani e spiazzanti che si possano incontrare in letteratura.
A cominciare dal nome, che starebbe bene in una storia di fantascienza: quando la sua protettrice, la governante Katrina, glielo domanda, il ragazzo risponde, con la noncuranza che lo contraddistingue, e in modo del tutto inaspettato per il lettore: sono Numero 44. Nuova serie 864.962.
Quello che Mark Twain ha scritto è un romanzo che -come dice Manganelli degli Elisir del Diavolo di Hoffman- “è refrattario all'umiliazione del riassunto”. Deliberatamente intricata e divagante, la narrazione si addensa in alcuni punti che il lettore supera con una certa tensione, aspettandosi di trovare, dopo il punto culminante, il profilo di un senso complessivo, uno scioglimento dell'intreccio, qualcosa almeno che consenta di spartire personaggi ed eventi lungo una linea che separi ciò che è positivo da ciò che negativo, i buoni dai cattivi insomma, ma sempre il racconto si riassesta in una direzione non prevista e ricomincia per altre strade e parallele, dimenticandosi di personaggi che parevano centrali e andandone a ripescare altri di cui ci si era magari dimenticati.
Per esempio, quando i tipografi entrano in sciopero (e meriterebbe davvero di raccontare come l'esperienza di Mark Twain che è apprendista tipografo in gioventù, poi scrittore ed anche -senza troppo successo- editore poi, emerga nella descrizione ironica e puntualissima dei rapporti fra stampatore e operai e di tutti loro con il libro da stampare), quando i tipografi scioperano – dicevo- per risolvere la questione viene chiamato un carismatico “compositore errante”, così viene definito, dal nome Doangivadam (dall'inglese I don't give a damn, “Non me ne importa un fico”), da cui il lettore si aspetta molto, ma per uno scarto narrativo Quarantaquattro evoca dal nulla i Doppi, perfetti replicanti dei tipografi, per portare a termine il lavoro, come veri e propri crumiri. Ora, chi legge, si aspetterebbe che, finito il lavoro di stampa, i doppi sparissero, dalla stamperia e dal racconto, e invece restano a vivere al castello, come presenze svagate, smemorate, che interferiscono blandamente con le esistenze umane, salvo riacquistare rilievo verso la fine, come interlocutori, per così dire, filosofici..
Nell'intrecciarsi vorticoso degli eventi e delle passioni dei personaggi, allora, ciò che può fare il lettore per conservare un minimo di prospettiva ordinatrice è tenersi aggrappato al punto di vista dell'io narrante, il giovane e ingenuo August Feldner, diciassettenne apprendista tipografo e unico amico di 44. La voce di August che racconta in prima persona finisce per essere l' unica sponda rispetto a una perdita di senso che diventa sempre più incombente, man mano che il racconto procede.
Noi vediamo tutto con gli occhi di questo ragazzino cattolico, ma di un cattolicesimo medievale e superstizioso, che un po' è Tom Sawyer, un po' ha la funzione del Gulliver nei Viaggi: difendere un'indifendibile specie umana di fronte alle accuse che lo sguardo straniato e superiore di 44 o dei Doppi le muovono. Impresa troppo grande per un adolescente. Quando August si indigna con lui perché non ha usato i suoi poteri per salvare una povera vecchia innocente dal rogo, 44 ribatte: “Ecco la voce della razza umana! Sempre a dire che la benedizione eterna del paradiso è il dono più prezioso! Sì, per poi fare di tutto per starne alla larga! In fondo, come vedi, siete ben lungi dall'essere certi che esista”. E il Doppio di August, Schwartz, lo supplica di intercedere presso lo stregone perché lo liberi dal peso della sua identità fisica di replicante con queste parole “Oh, questa vita umana, terrena, così faticosa! E' così umiliante, così meschina; avete delle ambizioni così misere, dei motivi di orgoglio banali, delle vanità infantili; e i successi che per voi hanno valore, che venerate, sono così vuoti, mio dio!”.
Ma attenzione, diversamente dai saggi cavalli incontrati da Gulliver, Quarantaquattro e i Doppi non hanno nessun ordine morale diverso e migliore da proporre, si muovono piuttosto in un vuoto di senso in cui non c'è fondamento, non c'è crimine, non c'è disonore, non c'è responsabilità, né memoria e lo stesso 44 non ha scopi, né progetti, è incostante,“sbadato, capriccioso instabile, incapace di restare sullo stesso argomento” , se è Satana, certo è un Satana troppo distratto e troppo poco coinvolto dal destino dell'umanità, che gli è supremamente indifferente. Se ci pensiamo, il Diavolo non può essere nichilista: è il fondamento del male, è il nemico di dio, eppure 44 certamente lo è, e in senso radicale. Nell'ultimo breve e densissimo capitolo, questo singolare essere saluta l'amico August, rivelandogli, ma pacatamente, come cosa di nessuna importanza, che non sarà possibile rivedersi in una prossima vita perché Non c'è nessun'altra vita, e August -nuovo sgambetto alle aspettative del lettore- prova non delusione, ma sollievo. Leggero dapprima, poi crescente quando Quarantaquattro gli dice che la vita è una visione, un sogno, e dice -a lui e al lettore- Non esiste niente tranne lo spazio vuoto...e te! Ed ecco che la focalizzazione interna ad August diventa qualcosa di più di un espediente narrativo: nello spazio infinitamente vuoto esiste solo questa voce che dice: io. E io è un sogno, un pensiero, il solo pensiero esistente, anzi. Il mondo che August ha sognato è “istericamente pazzo”, come tutti i mondi sognati lo sono:
“Un Dio che avrebbe potuto creare i propri figli buoni oppure cattivi[...] e ha scelto di farli cattivi; un Dio che avrebbe potuto renderli tutti felici e invece ha deciso di non farne felice nemmeno uno; che ha dato loro la capacità di apprezzare la vita, per quanto amara, ma che avaramente ha fatto sì che la vita sia breve […] che parla di giustizia e ha inventato l'inferno, che parla di pietà ma ha inventato l'inferno, […] che parla di perdono moltiplicato sette volte e ha inventato l'inferno, che parla agli altri di morale e non ne ha una per sé […]. Non esiste nessun Dio, nessun universo, nessuna razza umana, vita terrena, paradiso, inferno[...] non esisti che Tu. E Tu non sei che un Pensiero, un misero Pensiero, un pensiero inutile, senza un posto dove andare, che vagherà dimenticato per sempre nell'eternità vuota di ogni cosa!”
Con queste parole Mark Twain prende congedo dal mondo e dalla scrittura, N.44: Lo straniero misterioso verrà pubblicato sei anni dopo la sua morte, nel 1916, mentre la guerra annega nel sangue di Verdun e della Somme quel che resta dell'Europa, nell' Inferno che non esiste e che l'uomo ha saputo inventare.
Mark Twain
N.44. Lo straniero misterioso
Torino, Einaudi 1993
In risaia
Il libro da cercare oggi è stato pubblicato per la prima volta nel 1878 dall'editore milanese Treves ed è stato scritto da Maria Antonietta Torriani, sotto lo pseudonimo di Marchesa Colombi.
In risaia, questo è il titolo del romanzo, si apre sulla descizione della cascina tra Novara e Trecate, abitata dalla famiglia Locatelli: padre, madre, il figlio Pietro e la figlia, Nanna, la protagonista.
In questa famiglia modesta ma non poverissima, in un gruppo di adulti in cui, per una serie di circostanze si trova ad essere l'unica bambina, Nanna cresce circondata di attenzioni in un modo inconsueto per una figlia di contadini , “appassionata e avvezza ad occupare la gente di sè”.
A diciassette anni è bella, di una bellezza un po' patita, non troppo florida come è realistico che sia una ragazza cresciuta in una campagna non idealizzata, ma bella: capelli biondi e folti, carnagione fine, grandi occhi grigi. Quasi una signorina di città, se non fosse per quella pelle un po' scurita dal sole. Per lei, è tempo di pensare alle nozze, e di farsi una particolare acconciatura in cui i capelli sono raccolti da una raggiera di spilloni d'argento, per capirci come quelli di Lucia ne I promessi sposi, nelle illustrazioni che ci sono così famigliari dai libri di scuola. Il numero degli spilloni indica il valore economico della ragazza, dà indicazioni sulla sua dote, sulle possibilità della sua famiglia.
Il dramma comincia qui, da questi ventiquattro spilloni che occorre procurarsi se si vuole trovare uno sposo adeguato, comincia dal desiderio di avere qualcosa di appena un po' speciale che si innesta nella natura appassionata di Nanna, nel suo orgoglio di donna e nel suo senso di sé.
Nanna incontra Gaudenzio a una festa di paese, lui è un giovane carrettiere che piace molto alle ragazze, ma che è descritto per la verità in termini che sfiorano il sarcasmo: vanitoso della sua zazzera “di setole dritte come tanti pugnali che sfidassero il cielo”, ammirava in una donna soprattutto “ le spalle tarchiate, i fianchi sporgenti, le gambe grosse come colonne, i petti turgidi da squarciare il corsetto, le guance infiammate”. Sono parole della Torriani, femminista impegnata e consapevole che non risparmia nessuna sfumatura di ironia per raccontarci di questo amorale carrettiere seduttore, ma anche della pochezza delle ragazze che spasimano per lui, per il suo ciuffo e i suoi pesanti apprezzamenti. E' probabile che di Gaudenzio si sia ricordato il regista di Riso amaro nel tratteggiare i modi di Walter, il bel ladruncolo, che fu indimenticabile interpretazione di Vittorio Gassmann. Il lettore sorride del suo cappello di traverso, dei suoi rozzi maneggi, ma Nanna di Gaudenzio si innamora, e con un'intensità tanto più devastante quanto più è raccolta nel suo animo introverso e chiusa entro i confini di un universo femminile circoscritto all'ambiente della cascina.
E' per raccogliere i soldi degli spilloni che Nanna parte per le risaie del novarese, insieme a donne che non hanno la prorompente, sconvolgente bellezza di Silvana Mangano in Riso amaro, ma sono pallide, smunte, affamate, a trentanove anni ne dimostrano sessanta. La descrizione sobria, quasi fredda, il linguaggio misurato della Torriani ci mostrano ancora più incombenti e dolorosi questi fantasmi di donna che sfilano la mattina, con gli occhi infossati, le gambe nere macerate dall'acqua, che non attirano nessuno sguardo maschile.
In risaia Nanna si ammala due volte, una prima di febbre malarica, e una seconda, molto più gravemente, di tifo.
Le pagine in cui si racconta della malattia della ragazza sono fra le più intense del romanzo: in un incalzare ossessivo vediamo Nanna, che ha la febbre e si regge a stento in piedi, scendere a ballare con Gaudenzio, spietato nel rinfacciarle la sua magrezza e debolezza, e con uno sforzo terribile di volontà e di desiderio lanciarsi in una danza di cui pare, leggendo, di vedere i vortici e di sentire la musica. Nanna delira, balla , la febbre cresce e alla fine del giro Gaudenzio la depone svenuta fra le donne accorse a vedere.
Ma il ritmo della narrazione non si ferma, cresce, anzi: per quella febbre, per la “cefalite” una compagna esperta adotta un rimedio tradizionale: squarta una gallina nera e la mette come una sorta di cuffia in testa alla ragazza, così, con le viscere e il sangue che colano sul viso, per tutta la notte.
Naturalmente il tifo si aggrava, e Nanna, in ospedale fra la vita e la morte, senza che le si riesca a togliere di testa quell'impasto putrido di penne e interiora, contrae anche una grave infezione al cuoio capelluto che le fa perdere, per sempre, i suoi bei capelli biondi.
Qua finisce quella che si può considerare la prima parte del romanzo: della risaia che ha devastato la vita di Nanna non si parla più, degli spilloni nemmeno, vengono venduti, seguiamo la ragazza nella sua lenta trasformazione in una zitella di ventotto anni inasprita, incapace di rassegnazione, rabbiosa, ancora travagliata dal desiderio ora per il sempre più odioso e sadico Gaudenzio, ora verso un possibile fidanzato e marito, che possa restituirle dignità e valore di fronte a sé e alle altre donne, un posto nel mondo. L'intreccio si fa più complesso, ancora più sottilmente psicologico, entra in gioco una bella cognata, grassa quanto piace a Gaudenzio e sana e rubiconda come Nanna non potrà mai più essere, che Nanna detesta per questo con tutta la forza della sua passione spostata
Non è un personaggio positivo Nanna, c'è troppo odio in lei, troppa gelosia, troppo desiderio di vendetta, ed è un odio che si spinge così in là da rischiare di costare la vita a Pietro, il suo generoso fratello, eppure in quella sua incapacità di rassegnarsi alla disgrazia, alla bruttezza, allo zitellaggio, alla mancanza d'amore, così anomala in un ambiente dove la malattia e la perdita sono accettati con antico fatalismo, c'è grandezza, c'è intensità, c'è una volontà indomabile, l'orgoglio smisurato di una grande protagonista di romanzo.
Nanna rifiuta un pretendente, perché dal padre nel riferirle la proposta le viene detto che cerca una “giovane matura, punto bella, senza grilli in testa ”. Matura... per niente bella, queste parole di un'oggettività spietata lavorano dentro la ragazza, finiscono di avvelenarle il cuore e la portano sulla soglia di un gesto infame, dal quale, però, si ritrae appena in tempo, in modi e per ragioni che ora sarebbe un peccato svelare. Basti dire che il sottotitolo del romanzo è Racconto di Natale.
La Marchesa Colombi, ci ha voluto raccontare una donna vera, una donna che, come è scritto verso la fine, “non rappresentava una parte, e nella sincerità dell'animo si mostrava qual era, [..] con le sue debolezze nel bene come nel male”. Ne viene fuori, quasi quarant'anni dopo Manzoni, una Lucia Mondella luciferina, acre, compressa, temprata nel fuoco di Hugo, di Zola e di Tarchetti, che ha ancora molte cose da dirci.
La Marchesa Colombi
In risaia. Racconto di Natale
Milano, Otto/Novecento, 2009