Nella dispensa di Don Camillo

C’è un libro che descrive magnificamente i luoghi dove Giovannino Guareschi è nato; lo hanno scritto Enrico Sisti, Andrea Grignaffini, Giorgio Grignaffini e lo ha pubblicato Guido Tommasi Editore, uno tra i più raffinati editori di libri che parlano di cibo.
Il titolo è “Nella dispensa di Don Camillo” e il sottotitolo “l’oste Giovannino Guareschi e la cucina della Bassa”.
Un viaggio straordinario, ricco di aneddoti e di ricette, ricco di persone e di luoghi, guida, romanzo vissuto, saggio che dovrebbe tenere un posto d’onore nel bagaglio di chiunque intende intraprendere un percorso in questo orizzonte piatto, lineare e ricchissimo di piccole sfumature.
I tre autori, nelle pagine del libro, raccontano il loro viaggio che da Ragazzola li porta a Roccabianca dove “la rocca si trova di fronte alla piazza del mercato, una sorta di teatro di portici bassi costruiti alla fine del Seicento e colmato di minuscole botteghe, suggestiva come pochi altri luoghi nella Bassa. Non sorprende quindi che, malgrado le insistenze di Giovannino, il regista Duvivier e la produzione scegliessero per ambientare il film l’assai meno caratterizzato paese di Brescello. Certamente hanno fatto bene, filmicamente parlando, anche perché brescello ha la qualità non da poco di una chiesa parrocchiale e un municipio che si fronteggiano sulla medesima piazza, dunque quinta ideale per ambientare i conflitti di peppone e Don Camillo. Usciamo da Roccabianca lungo un viale di tigli, dirigendoci verso Fontanelle. Sulla strada, ad un certo punto, avremo superato il Bosco (trasfigurato letterariamente nel Boscaccio), cioè il podere del nonno di Giovannino, Tugnén Guareschi detto Bazziga. E qui si deve aprire una breve digressione sugli scutmaj. Nella Bassa, e a onor del vero nella maggior parte dell’area padana, capitava che questo o quell’altro tizio si trovassero appiccicati un soprannome, che poteva derivare dall’origine della famiglia, da vicende della vita, da una caratteristica fisica, dal lavoro o da certe particolari abitudini. Questi sono gli scutmaj ed erano, e sono, molto più che un soprannome, in quanto si attaccano non solo alla persona, ma a tutta la famiglia diventando così dei veri e propri cognomi bis. Da dove derivi il termine scutmaj non è chiaro. Sicuramente l’origine è antica e forse aveva già una funzione apotropaica, legata alla protezione della persona….Lo scutmaj evitava ogni equivoco. E questo vale, a quanto sappiamo, anche per i Guareschi, cognome tipicissimo della Bassa parmigiana e della zona di Roccabianca in particolare. Così dei Guareschi di Roccabianca c’erano, e ci sono, tre rami con tre scutmaj differenti: i Bazziga (cui apparteneva Giovannino), i Brinén (da “freddoloso”) e gli Ucata (da “ochetta”). Così come da Roccabianca siamo usciti percorrendo un viale di tigli, un altro viale di tigli ci accoglie a Fontanelle, altro fondamentale topos guareschiano…. Qui Giovannino è nato (e questo fatto ci è ben noto) il 1 Maggio 1908, mentre sotto le finestre della casa natale, che davano sulla piazza, si svolgeva una manifestazione di socialisi guidata da quel Giovanni Faraboli il cui busto oggi si trova ancora lì, assieme alla memoria di un uomo capace e generoso la cui grandezza Guareschi non ha mai negato. Una ben diversa memoria è oggi conservata grazie al museo dedicato a Giovannino, aperto da pochi mesi nei locali che un tempo ospitavano le scuole elementari, lungo il viale di tigli. E la scelta (oltreché purtroppo logica, poiché a Fontanelle non ci sono abbastanza bambini da tenere aperta una scuola) è sentimentale, dato che in quelle scuole la madre di Giovannino insegnò per anni…Dall’altra parte del viale ha sede il Gruppo Amici di Giovannino Guareschi (quando abbiamo tardivamente preso la tessera, alcuni mesi addietro, risultavamo essere l’amico n° 485). Poco oltre il Museo, il ristorante Hostaria da Ivan, di cui ricordiamo una valida cucina del territorio (tortelli di tàrassaco, lardo e polenta, tosone fritto ecc..) e una cantina “cantarelliana”, diremmo quindi fin troppo ambiziosa.”
Tratto da “Nella dispensa di Don Camillo”