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Il maestro
«Di qua, bambini!» La maestra, seguita dalla classe, si spostò in un’altra stanza della casa-museo di Sant’Agata. Luca non si mosse. Sentì la voce della guida allontanarsi: «…E questa è la camera di Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi…». Lui rimase nella grande sala col pianoforte, come ipnotizzato. Aveva sempre amato la musica e la promessa di suo padre era stata che, al primo aumento di stipendio, l’avrebbe mandato a lezione di pianoforte. Si avvicinò allo strumento e, senza osare toccarlo, allungò le braccia e iniziò a muovere velocemente le dita, fingendo di suonare una melodia. Si riscosse, accorgendosi improvvisamente di non udire più in sottofondo le voci della guida e della maestra e il brusio dei compagni, e si avviò verso la stanza in cui li aveva visti dirigersi. Si fermò subito: alle sue spalle le note del pianoforte si alzavano velocissime, creando frammenti di brani conosciuti alternati ad altri che non aveva mai sentito. Ascoltò, non avrebbe saputo dire per quanto tempo, senza osare voltarsi per paura che fosse solo la sua immaginazione. Poi, lentamente, si girò verso il pianoforte. «Chi sei?» chiese alla figura che stava suonando col busto eretto, muovendosi a scatti. Di lui distingueva le code della giacca che coprivano il seggiolino di velluto, il cappello a cilindro e gli occhi: solo quelli, vivi, fiammeggianti. Il resto lo intravvedeva, come sul televisore di casa prima che il papà gli comprasse gli occhiali. «Sono il Maestro. E tu?» «Giacobazzi Luca, Terza B» rispose il bambino pensando: “Un altro maestro… chissà dove insegna.” «Ti piace l’opera?» La voce era soffice, amichevole, in contrasto con l’espressione severa degli occhi. «Mio papà… è un patito, lui. Qualche volta mi ci porta.» «Quale opera ti piace di più?» L’uomo aveva posato le mani in grembo, in attesa. «L’Aida» rispose Luca senza esitazioni. Gli occhi si addolcirono: «Anche a me. È la mia preferita. E perché ti piace tanto?» «Per gli elefanti», disse Luca, ricordandosi di quella magica sera a Verona. Gli occhi tornarono fiammeggianti. «Bifolchi!», sussurrò l’uomo sottovoce. E riprese a suonare. Luca non conosceva il significato della parola, ma il tono con cui era stata pronunciata gli suggeriva di mantenere le distanze da quello strano personaggio. Il Maestro suonava con grande impeto. Poi, a metà di un passaggio, si bloccò di colpo, lasciando cadere pesantemente le mani sulla tastiera. Si tolse il cilindro, lo appoggiò sul pianoforte e con un gesto noncurante si passò le dita tra i folti capelli bianchi. In quell’attimo a Luca parve che la sua immagine si stesse dissolvendo. Sgranò gli occhi, li sfregò con le mani e guardò di nuovo. Il vecchio signore c’era ancora, ma… era come se, ad ogni attimo, diventasse sempre più trasparente. «Signore…?», si arrischiò a chiedere con voce tremula. «Si sente bene…?» Il Maestro si riscosse e lo guardò. Preoccupato, Luca sospirò profondamente. Avrebbe dovuto tornare di nuovo dall’oculista. Quegli occhiali non andavano bene. Affatto. «Sì, sto bene», gli rispose lui. «Avevo solo nostalgia di questo posto e sono venuto a dare un’occhiata…» Il suo sguardo accarezzò il pianoforte. «Ora devo andare.» Inconsapevolmente Luca fece un passo avanti, nel tentativo di vederlo meglio. «E… dove va, signore?» «Molto lontano… Ma tornerò, ci puoi scommettere. È troppo divertente…». Così dicendo, gli fece l’occhiolino e sparì. Sul pianoforte rimase solo il suo cilindro che, come sospinto da una brezza gentile, scivolò per terra.
Pietro Chiappelloni, Francesco Danelli, Doriana Riva: un impiegato bancario dai molti interessi, un consulente di marketing stressato in cerca di un’attività rilassante e una “ghost writer” e pranoterapeuta per vocazione, uniti dalla passione per la scrittura. Fanno parte del gruppo di autori piacentini “Volatori Rapidi”. Con loro hanno pubblicato due antologie di racconti: «1995 km da Santiago» (Ed. LIR 2007) e «Confini» (Ed. Domino 2009). Questo è il loro primo racconto a tre mani. O a sei? Beh, insomma, il loro primo racconto scritto in tre.
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